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Al Tintoretto manca l’ultima pennellata

Articolo tratto da Tsportinthecity.it Pallacanestro Trieste-Umana Reyer Venezia 84-78 (Photo credit Fabio Angioletti) Alla fine a Trieste manca veramente pochissimo, davvero qualche piccolo particolare, per completare quello che sarebbe stato un vero e proprio capolavoro rinascimentale: una rimonta dall’inferno del -19 frutto del dominio veneziano senza discussioni nei primi venti minuti, attraverso l’inferno vero in cui si trasforma il PalaTrieste nel terzo quarto per sospingere la sua squadra verso un sorpasso che pareva impossibile, fino al purgatorio agrodolce del quarantesimo minuto, costituito da due punti in classifica che prendono inesorabilmente la via lagunare ma anche dalla consapevolezza che carattere e capacità di reazione, impronta ben definita del #thetaccioeffect, pervadono un roster ancora menomato da pesanti assenze, tuttavia incapace di arrendersi alle difficoltà. Un terzo quarto esaltante ma costoso C’è anche da ammettere la superiorità di una squadra lunghissima, un roster in grado di ammortizzare l’assenza di Horton potendosi comunque permettere di ruotare dieci giocatori, portando i cinque più letali ad uccidere la contesa negli ultimi tre minuti facendoli uscire da fondamentali minuti a rifiatare in panchina. Trieste dalla sua ha la generosità, il talento offensivo, l’energia dei tifosi, ma paga pesantemente lo sforzo immane per riaprire il match nel terzo quarto arrivando stremata e poco lucida al momento decisivo, quando freddezza, focus e freschezza atletica permettono di prendere le scelte a più alta percentuale. La squadra di Taccetti, al contrario, sbaglia possessi fondamentali proprio sul più bello: un paio di tiri liberi di Sissoko, un tagliafuori non eseguito su un airball raccolto da Lever che realizza al ventiquattresimo secondo il canestro della quasi sicurezza. Sfumature difensive che inducono a spendere falli che vogliono dire tiri liberi dalle mani di giocatori che li mettono in cassaforte. Ed alcuni fischi perlomeno dubbi, che in occasione di ogni episodio border line vanno sistematicamente a premiare la squadra più blasonata: intendiamoci, Sahin, Nicolini e Miniati probabilmente non determinano il risultato perché Trieste questa partita l’avrebbe quasi certamente persa ugualmente. Ma la quantità di contatti non sanzionati sotto il canestro della Reyer, una rimessa dal fondo assegnata inizialmente a Trieste (in modo assolutamente corretto), invertita dopo la consultazione di un instant replay che non può aver evidenziato nulla di diverso, un metro non limpidamente equanime soprattutto nei concitati minuti finali che porta ad ignorare un fallo sulla conclusione da tre di Toscano Anderson che pareva piuttosto evidente (e che avrebbe potenzialmente permesso di rendere decisivo l’ultimo possesso), mantengono l’inerzia saldamente nelle mani di Cole & Co, peraltro maestri nel capitalizzare la situazione con grande sicurezza. La difesa torna a preoccupare Ma arrivare stremati negli ultimi tre minuti, pagandone lo scotto con gli interessi, è naturalmente frutto di tutto ciò che non è funzionato in quelli precedenti, ed in particolare nel corso di un primo tempo nel quale la squadra triestina torna a difendere in un modo che assomiglia pericolosamente a quello delle prime esibizioni autunnali: difficoltà estrema nel pick and roll, disattenzione nell’accorgersi del taglio dal lato debole, ritardo negli aiuti sul perimetro che lascia sistematicamente l’avversario libero di prendersi conclusioni da oltre l’arco piedi a terra con metri di libertà, disattenzioni che permettono la conquista di troppi rimbalzi offensivi con conseguenti seconde chances concesse alla Reyer, lentezza nelle transizioni difensive, rotazioni poco coordinate che portano sistematicamente un piccolo (spesso Ruzzier) a trovarsi da solo sotto il ferro a contrastare i lunghi avversari puntualmente serviti per sfruttare i mismatch. Tutti difetti ben noti, sui quali il nuovo coach sta lavorando alla clemente, che parevano attenuati se non scomparsi negli ultimi dieci giorni ma che invece fanno di nuovo capolino. E’ ovvio che siano difetti costosissimi contro una squadra dotata di un pacchetto di esterni letale sia quando tira da fuori che quando decide di attaccare il ferro: il gap accumulato nei primi venti minuti consegue in grandissima parte proprio da questo aspetto, anche perché in attacco i biancorossi tutto sommato reggono botta. La dispendiosa reazione del terzo quarto deriva soprattutto da una svolta nervosa più che tecnica: Venezia, specie nella prima parte del quarto, continua a godere di praterie per concludere indisturbata da fuori, ma inizia inaspettatamente a farlo a salve. Parks, Valentine, Bowman, Cole, Wiltjer sbagliano tiri in campo apertissimo consegnando gradualmente l’inerzia nelle mani di avversari che prendono a mano a mano più coraggio, fino a svoltare, una buona volta, anche nell’intensità difensiva e nella lotta a rimbalzo. E’ il momento nel quale a pesare è l’enorme tesoretto di talento di cui dispone Trieste nonostante le croniche assenze di Ross e Brown: Ramsey, Toscano Anderson, Uthoff, Ruzzier, lo stesso Candussi mettono in scena un martellamento a cui, per risultare vincente, manca solo la stoccata finale. Talento e responsabilità condivise Trieste porta quattro uomini su otto in doppia cifra, piazza 12 assist, pareggia con Venezia il computo dei rimbalzi distribuendo il bottino sotto le plance in modo piuttosto omogeneo: la squadra sbaglia, rientra, lotta, perde spalmando responsabilità ed iniziativa su tutto il roster, togliendo dunque punti di riferimento agli avversari. E’ vero che Ramsey è il terminale prediletto, quello dotato di talento talmente straripante da risultare pressoché immancabile per chiunque. Ma non è lui il solo protagonista della riscossa, e questo aspetto infonde perlomeno una discreta dose di ottimismo per il finale di stagione. Un finale che vedrà prestissimo il sospirato rientro di Colbey Ross, un rientro che permetterà a Michele Ruzzier di tornare a fare il back up di lusso, l’uomo d’ordine in grado di uscire dalla panchina quando è necessario un gioco più ragionato, più frutto di fosforo che di esuberanza creativa. E permetterà anche a Toscano Anderson di tornare a fare la guardia o l’ala piccola, sollevandolo dall’onere di sacrificarsi da point guard, compito che può svolgere ma che lo toglie dalla sua comfort zone. Se poi, prima o poi, dovesse tornare disponibile anche Markel Brown (quanto sia pesata l’assenza di entrambi contro Venezia è incalcolabile) allora sarebbe il tempo di scelte difficilissime: il nuovo arrivato australiano Josh Bannon, infatti, appare ancora avulso dai meccanismi della squadra, ci mette enorme

The Taccio Effect

Pallacanestro Trieste – La Laguna Tenerife: 82-76 Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson n.e., Marucci n.e., Cinquepalmi n.e., Deangeli 12, Uthoff 9, Ruzzier 5, Sissoko 8, Candussi 2, Iannuzzi 9, Bannan 6, Ramsey 31.Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.La Laguna Tenerife: Fernandez 7, Van Beck 15, Huertas 5, Scrubb 0, Bordon 0, Abromitis 9, Sangare 2, Giedraitis 14, Alderete 4, Guerra 3, Doornekamp 8, Mills 9.Coach: J. Gomez Vidorreta, J. M. Gatti Abat, J. C. Rivero Cabrera. Arbitri: A. Zurapovic, G. Jacobs, D. Zapolski.Parziali: 20-27, 17-10, 18-25, 27-14.Progressivi: 20-27, 37-37, 55-62, 82-76. Trieste si regala una serata di livello europeo e lascia la sua prima BCL a testa alta andando a conquistare una vittoria, la seconda consecutiva in tre giorni al PalaTrieste, frutto di approccio e voglia, forza di volontà e faccia tosta. Ma, soprattutto, di una attenzione difensiva ai limiti delle proprie possibilità, quasi perfetta quando più conta, in quel momento in cui l’ininfluenza del risultato viene spazzata via dall’evidenza che, a questi livelli, nessuno ci sta a perdere, nemmeno chi sa che comunque vada arriverà prima nel girone (con fattore campo a favore nei quarti di finale). Un quintetto intero fermo ai box Neanche il tempo di constatare con sollievo la presenza effettiva di Josh Bannan, seppur avanti di 10 fusi orari, e notare con rassegnazione il parterre de roi in borghese accanto alla panchina ancora una volta composto da Ross, Brown, Brooks e Moretti, che un’altra tegola pare abbattersi su una situazione medica che farebbe quasi ridere se non fosse così realisticamente drammatica: contro Tenerife agli infortunati si aggiunge Juan Toscano Anderson che, seppur in tenuta da gara, non svolge nemmeno il riscaldamento e si avvolge una fascia medica attorno alla vita. Probabilmente non si tratta di nulla di grave per JTA, reduce forse dalla miglior partita stagionale contro Trento appena tre giorni fa, tenuto a riposo precauzionale a fini conservativi in vista dell’importantissimo rush finale in campionato. Ma ovviamente, sulle sue reali condizioni fisiche rimarrà il mistero. Trieste ora è incapace di arrendersi Ce ne sarebbe in abbondanza, dunque, per prevedere una partita segnata in partenza, controllata dagli espertissimi avversari spagnoli giunti a Trieste anche per testare l’inserimento del prestigioso nuovo innesto Patty Mills ma anche per far valere, quando necessario, la propria superiorità fisica e tecnica. Ed invece, la nuova Trieste targata coach Taccetti non ne vuole sapere di fungere da vittima sacrificale. E’ una Trieste operaia, che ha come unica possibilità quella di giocare una pallacanestro semplice e razionale, senza fronzoli, con poco spazio allo spettacolo e tanti minuti sul parquet elargiti a giocatori che nel resto della stagione avevano recitato perlopiù il ruolo del comprimari di complemento. Il vero spettacolo, del resto, quello che il pubblico adora, quello in cui la gente si identifica, quello che permette di far rifiorire la comunione fra squadra e tifosi dopo mesi di vicendevole studio a distanza, quando non di separazione in casa, consiste piuttosto nell’atteggiamento arrembante, nella incrollabile determinazione nel rifiutarsi sistematicamente di arrendersi, nella capacità di reazione ad ogni tentativo di fuga nel punteggio di una squadra ospite. Ogni volta che Tenerife alza i colpi in difesa mandando in tilt l’attacco triestino prendendosi due o tre possessi di vantaggio, anche nel terzo ed in parte nel quarto quarto con il valore di ogni possesso in progressivo incremento, vede quasi subito vanificati i propri sforzi dagli sprazzi di trance agonistica in cui cadono a rotazione tutti i giocatori triestini. Uthoff prende per mano la squadra nel primo tempo con la specialità della casa, il tiro dal pettine cadendo indietro. Deangeli rimane in campo molto più di quanto i pezzi del suo setto nasale consiglierebbero, ma difende sempre piegato sulle gambe, colpisce da tre, penetra, completa un and one nel finale. Il capitano, senza nemmeno considerare il suo spirito di sacrificio (che già sarebbe sufficiente), si sta ritagliando una credibilità ad alti livelli che gli dona -se ce ne fosse ancora bisogno- il pieno diritto di cittadinanza in Serie A. Iannuzzi, dal canto suo, sembra un veterano: avesse avuto la possibilità di maturare progressivamente durante la stagione, ora il coach si troverebbe nel roster un giocatore oggettivamente pronto per poter dare minuti di grandissima sostanza anche in momenti decisivi degli incontri. Caratteristica che già così non manca ad un ragazzo di una sfrontatezza e di una personalità non comuni: quando è libero non si tira indietro nel concludere da fuori, però è capace di andare al ferro in modo credibile, è sicuro dalla linea del tiro libero, va anche a schiacciare in contropiede. E poi difende come un indemoniato, senza risparmiare energie: vederlo piegato in due con le mani sulle ginocchia ad attendere il play avversario cercando di rifiatare, sfinito dopo essere rientrato dall’ennesima scorribanda in attacco, fa comprendere come il campione europeo Under 20 possa diventare un’arma fondamentale in un finale di stagione durante il quale gli spot vacanti fra gli italiani rimarranno due: ha solo bisogno della fiducia del coach e dell’ambiente. La standing ovation che ne ha meritatamente accompagnato l’uscita dal campo va certamente in questa direzione. La superiorità a rimbalzo e l’asso nella manica I lunghi tornano a fare la voce grossa sotto canestro. Sissoko e Candussi sbagliano spesso nel trovarsi a metà strada fra tiratore e ferro quando tentano sortite sul perimetro in difesa, ma soprattutto il centro maliano, a mano a mano che si sente più sicuro sul ginocchio convalescente, riesce sempre più spesso a seguire anche le guardie con una velocità sulle gambe che lo rende credibile in difesa sia vicino che lontano dal canestro. E poi, con il cambio di attitudine dell’intero roster a rimbalzo, atteggiamento che nelle ultime tre partite ha permesso a Trieste di prevalere nettamente nelle voce statistica sia in attacco che in difesa, Sissoko e Candussi con l’innesto di Bannan tornano ad essere i signori degli anelli. L’australiano inizia timido e spaesato, poi cresce con il passare dei minuti, di pari passo con l’intesa con i compagni. I numeri ci sono, l’intelligenza cestistica pure. Ball handling di