Acqua San Bernardo Cantù-Pallacanestro Trieste 97-76
Quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno, anche se si gioca a Desio, finisce per assestare una legnata epocale sulla testa di una Trieste recatasi in Lombardia con il solito atteggiamento da trasferta esibito quest’anno praticamente in ogni occasione e su ogni campo (tranne Napoli e Treviso agli albori della stagione). Come se non bastasse, il calendario si riprende con abbondanti interessi ciò che aveva elargito per troppe settimane in precedenza, con la totalità delle pretendenti ad un posto fra le prime otto che vincono anche partite complicate (Trento a Venezia, Varese con Tortona, Udine con Milano, Reggio Emilia a Brescia), riassorbendo nel gruppone una squadra biancorossa che, al momento, perde una sola posizione in classifica, un sesto posto che coservava da un paio di mesi, ma che ora è braccata da vicinissimo dalle sue prossime due avversarie. Affrontarle con l’atteggiamento esibito contro Cantù equivarrebbe con ogni probabilità ad abbandonare ogni velleità di conquistare un posto fra le prime otto, considerata la difficoltà degli impegni che chiuderanno il programma biancorosso.
Perché non è una questione squisitamente tecnica: a mano a mano che si avvicina la fine della stagione e gli obiettivi per ognuno si delineano in modo chiaro, tutte le squadre moltiplicano forze e motivazioni per raggiungerli. Chi deve conquistarsi un posto fra le prime quattro, chi nei playoff, chi la sopravvivenza in Serie A. Gap di talento, rotazioni più o meno lunghe, infortuni, difficoltà di ogni genere vengono livellate rendendo ogni singola partita una vera e propria corrida dalla quale può scaturire qualunque risultato.
Di conseguenza, presentarsi a Desio con il solito atteggiamento da gita fuori porta, alzare il piede dall’acceleratore dopo cinque minuti, arrendersi di fatto alla prima spallata di avversari che devono vincere per salvarsi, aspettando in modo indolente la fine di una partita che si battezza finita quando in verità è ancora tutta da giocare, non può che trasformarsi nell’ennesimo, triste, inguardabile naufragio di cui il campionato 2025/2026 è costellato. #thetaccioeffect stavolta pare rimasto sul pullman esattamente come a Reggio Emilia qualche settimana fa. La squadra, da subito, subisce il piano partita di coach De Raffaele mirato semplicemente sull’approfittare dei difetti cronici della squadra triestina, specialmente di quelli difensivi. Il coach di Cantù non si inventa nulla di nuovo o imprevedibile, perché basato sui difetti cronici della difesa triestina: aggredire con transizioni veloci anche da rimbalzo difensivo attaccando velocemente in superiorità numerica. Approfittare dell’indolenza degli esterni nell’andare ad aiutare sul perimetro, prendendosi conclusioni con metri di vantaggio magari con un extrapass o con il penetra e scarica. E poi, a vantaggio di sicurezza acquisito, amministrarlo violentando il pitturato in modo sistematico, servendo Ballo o Okeke spalle a canestro o, meglio, rendendoli il terminale di pick and roll privi di opposizione. Trieste ci mette tutto quello che ha per far riuscire il semplice piano dei padroni di casa: non cattura nemmeno un rimbalzo in attacco, però rimane con tre o quattro giocatori sotto il canestro di Cantù anche dopo aver sbagliato il tiro rendendo la transizione offensiva canturina una specie di vendemmia. Ramsey nella sua metà campo sembra un nano da giardino sepolto per metà nella terra (e stavolta non è nemmeno perdonabile in attacco), e viene imitato da un Toscano Anderson che si sognerà per giorni la schiena di Green e Sneed. Sissoko non capisce nemmeno da dove arrivino le ondate di giocatori che gli saltano in testa strappandogli letteralmente i palloni dalle mani: Omar Ballo, quando riceve il pallone sotto canestro, non è letteralmente arginabile da nessuno dei lunghi triestini, tantomeno dai malcapitati piccoli che nelle pigre rotazioni si trovano a doverlo arginare.
Risultato: 46 rimbalzi contro 23, con 13 rimbalzi offensivi concessi, un numero limitato dal semplice fatto che se Cantù tira con il 70% da due non ce ne sono tanti da catturare sotto il canestro triestino.

Trieste dopo un secolo torna a poter contare su due playmaker, ma l’innesto di Colbey Ross nel quintetto base e nelle rotazioni, oltre a portare un briciolo di imprevedibilità in attacco ed al netto di 8 assist, non è in grado di invertire in alcun modo un mood che coinvolge tutti i suoi compagni.
La partita si trasforma così in un lugubre (in verità divertentissimo per i tifosi canturini), interminabile garbage time, dal quale emerge per voglia e qualità il solo Josh Bannon, giocatore che magari non sarà il massimo dell’eleganza tecnica ma esibisce atteggiamento ed intelligenza cestistica di livello sufficiente da permettergli di approfittare delle poche ingenuità difensive degli avversari. Un buon tiro da fuori, precisione ai liberi, senso della posizione a rimbalzo, discrete capacità di ball handling, forse poca dinamicità sotto il ferro che lo induce ad essere un po’ timido contro avversari che lo sovrastano fisicamente, ma tutto sommato, con l’imminente rientro di Markel Brown, sarà un vero problema pensare di rinunciare all’apporto dell’australiano.
Ora Trieste è attesa da due partite che ne segneranno con ogni probabilità la stagione: Varese e Udine sue due fra le pretendenti ad un posto nei playoff, vincere significherebbe raffreddarne la possibilità di un aggancio in classifica (sebbene lo stesso non sarebbe in ogni caso impossibile). Perderle entrambe, alla vigilia del trittico Brescia-Milano-Bologna, costituirebbe con ogni probabilità il preludio al disastro. Biancorossi al bivio: crederci o morire.
Tabellino completo dal sito ufficiale LBA
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