Articolo tratto da Tsportinthecity.it
Pallacanestro Trieste – Galatasaray MTC TECHNIC 90-91
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 12, Ross 17, Deangeli 0, Uthoff 15, Ruzzier 0, Sissoko 18, Candussi 6, Iannuzzi n.e., Brown 5, Brooks 5, Moretti 0, Ramsey 12.
Allenatore: I. Gonzalez. Assistenti: F. Taccetti, F. Nanni, N. Schlitzer.
Galatasaray MCT Technic: McCollum 9, Gorener n.e., Cummings 25, Korkmaz 0, Meeks 0, Oncel 9, Palmer 10, Bishop 2, Tuncer 0, Gillespie 4, White 19, Yasar 10.
Coach: Y. Sekizkok. Assistant coach: G. Turan, C. Guven.
Arbitri: Y. Rosso, F. Calatrava Cuevas, B. Zupancic.
Parziali: 17-21 / 38-49 // 67-70 / 90-91.
Progressivi: 17-21 / 21-28 // 29-21 / 23-21
Impresa solo sfiorata per una Pallacanestro Trieste non ancora al meglio delle proprie enormi possibilità ma che mostra finalmente evidenti progressi nell’approccio, nell’applicazione difensiva, nell’organizzazione in attacco, nella costruzione delle conclusioni, nella velocità del gioco. Al di là dei soliti difetti con amnesie difensive troppo frequenti ed una inattesa sofferenza a rimbalzo, a preoccupare ora (come del resto notato anche da Juan Toscano Anderson in sala stampa) è la mancanza di continuità nell’arco dei 40 minuti, con sprazzi di totale abulia durante i quali viene sbagliata praticamente ogni cosa sia in attacco che in difesa, con banali palle perse a ripetizione, scelte scellerate, autostrade aperte nel pitturato per le penetrazioni al ferro o con il pick and roll degli avversari. A Napoli il black out era durato quasi tutto il terzo quarto ed era costato l’erosione totale del vantaggio di 11 punti faticosamente messo insieme, con la squadra costretta ad inseguire nell’ultima frazione. Contro i Turchi il black out totale dura un minuto e mezzo alla fine del primo tempo, con gli ospiti che ringraziano e con un 9-0 fulmineo vanno negli spogliatoi con un vantaggio di 11 punti, a cui dà un boost, come se ce ne fosse bisogno, un fischio che regala tre tiri liberi a Cummings per un fallo di Candussi giudicato su tiro mentre la guardia del Galatasaray era rivolto verso la sua panchina. E’ una botta psicologica che avrebbe potenzialmente potuto abbattere ogni flebile certezza accumulata nell’ultima partita e mezza, specie con la consapevolezza di avere di fronte avversari fortissimi ed esperti che possono contare su un quintetto base che non sfigurerebbe in Eurolega, ma Trieste al rientro in campo mostra immediatamente di aver messo alle spalle il blocco mentale e trasforma velocemente la sfida in una contesa equilibrata, con il Galatasaray quasi sempre avanti nel punteggio ma con vantaggi mai oltre i due possessi. L’ultimo minuto, in una partita come questa, è del tutto imprevedibile e legato a singoli episodi, ed a prevalere è la superiorità a rimbalzo dimostrata dagli ospiti dall’inizio alla fine, che in modo molto coerente con i restanti 40 minuti permette a Gillespie di andare a segnare in tap in volante il canestro della vittoria dopo l’errore del compagno. L’ultima rimessa triestina a dieci secondi dalla fine, uscendo dal time out, probabilmente non era disegnata per far arrivare la palla in mano a Ramsey per il buzzer beater, ma bisogna considerare che in questi frangenti ci sono anche gli avversari, che con esperienza riescono ad intuire le intenzioni del coach avversario ed impedire che il pallone arrivi al go to man stabilito. E’ probabile che fosse Toscano Anderson, ma anche un servizio sotto canestro all’ennesima clamorosa versione di Sissoko non sarebbe stata una soluzione priva di senso. L’ultimo tiro, peraltro, viene rilasciato senza contrasto particolarmente pressante, ma gli dei del basket, che evidentemente risiedono in riva al Bosforo, tengono per mano una delle loro figlie predilette, ricacciando anche in gola al trio in celestino il fischio per un fallo commesso su Sissoko sul rimbalzo successivo apparso abbastanza evidente da pochi metri di distanza, ma che avrebbe potenzialmente sovvertito gerarchie che non sono ancora pronte per essere sovvertite. Gli applausi degli oltre 5000 accorsi al PalaTrieste per questa notturna storica sono meritati e convinti, perché il pubblico ha la piacevole consapevolezza di poter tornare a respirare il basket spettacolare con il quale si era fatto la bocca buona, un basket che permette a buon diritto alla squadra Triestina di essere considerata degna di questa competizione.
A spiccare è naturalmente la prova monumentale di Mady Sissoko, che alla quarta partita da professionista della sua vita dimostra cattiveria e fisicità, senso dello spettacolo e gran carattere, capacità di miglioramento azione dopo azione, voglia di imparare da tutto quello che i suoi compagni gli suggeriscono nel corso dell’incontro (e sono in molti a dargli spiegazioni e suggerimenti, aiutarlo ed indirizzarlo). Anche il confronto con lo sgraziato, corpulento, ruvido e scaltro Yassar, contro il quale è spesso in affanno, costituisce una esperienza che si aggiunge al suo bagaglio ancora acerbo: una tappa nel suo irresistibile percorso di crescita. Il tutto si traduce in una doppia doppia da 18 punti con quasi il 70% al tiro, 12 rimbalzi ed addirittura un incredibile 8/8 ai tiri liberi per 28 di valutazione: messaggio per le avversarie, che non potranno decidere di commettere fallo sistematico sul classico lungo impreciso dalla linea della carità perchè al momento il centro maliano è di gran lunga il miglior tiratore della squadra. Avesse in arsenale anche la conclusione dalla media distanza sarebbe un giocatore totale (e non è escluso che con il passare delle settimane possa migliorare anche lì), ma già così è in grado di fare la differenza ad altissimi livelli. Come previsto, la sofferenza arriva quando Mady deve passare qualche minuto a rifiatare. Se Candussi cresce in attacco (anche se deve avere più coraggio e cattiveria nonostante la presenza di americani grossi il doppio di lui) denota grandi problemi in difesa per caratteristiche fisiche che gli impediscono di competere contro centri dotati di verticalità e chilogrammi, velocità e tempismo a rimbalzo, di cui la Champions League -la LBA in misura minore- è piena zeppa. Il quintetto small ball contro squadre attrezzate e dotate di innumerevoli soluzioni non può funzionare, e questo può essere un problema strutturale anche nel medio periodo.
Si sblocca, finalmente, anche Juan Toscano Anderson, che nonostante il litigio continuo con il canestro quando tira da oltre l’arco (2/20 fra campionato e coppa non è una percentuale che ci si può aspettare da lui) stavolta dà grande sostanza ai 25 minuti passati sul parquet. Prima doppia cifra in stagione, un paio di assist di grande scuola, preciso ai tiri liberi, e più in generale bell’atteggiamento in campo, per niente intimidito dalle tre prestazioni largamente insufficienti che lo hanno visto protagonista finora ed anzi voglioso di dimostrare il proprio talento, senza peraltro esagerare con l’egoismo ed anzi mettendosi spesso a disposizione della squadra. Non è ancora la sua versione migliore, ma siamo sulla buona strada ed il pubblico -che lui arringa in Brooks style- lo capisce, tributandogli una sonora approvazione che sa un po’ anche di liberazione.
Terza prestazione finalmente in linea con le attese è quella di Jarrod Uthoff, impiegato probabilmente come le sue caratteristiche impongono e più libero di esprimere il suo basket. Pericoloso da fuori e da sotto, cattivo in difesa (tranne quando deve battagliare sotto il ferro con i centri turchi, davvero fuori portata per stazza), preciso da fuori. Il giapponese è tornato, e finiamola anche di notare come non rida mai, perchè tanto non lo ha mai fatto: è il suo stile, concentrato ed imbronciato. L’istrionismo e l’allegria passano in secondo piano: qui si gioca a basket, e se questo è il suo basket, tanto basta.
Nonostante qualche errore incredibile anche nel finale, è una buona partita anche per Cobey Ross, che avrà anche questo innamoramento talvolta eccessivo con il pallone, ma quando lo stesso inizia a scottare e pesare mezza tonnellata, non si tira mai indietro per prendersi responsabilità da leader maximo. 17 punti con ottime percentuali da tre ed anche quattro assist, protagonista quando più serve ma presente in campo (come a Napoli) nel catastrofico minuto e mezzo che chiude il primo tempo. Anche lui dovrà lavorare sulla continuità, perché è evidente come una delle poche gerarchie che si vanno delineando con maggiore precisione partita dopo partita è quella che lo vede saldamente alla guida della squadra, nonostante a partire in quintetto contro il Galatasaray sia Michele Ruzzier.
Sono cinque i giocatori in doppia cifra, segno che la crescita della coralità di squadra, ancora embrionale a Napoli, è consolidata anche in BCL. Ognuno porta il suo mattone, però il rendimento è mediamente ondivago nel corso dei 40 minuti (ad esempio, non è indimenticabile la partita di Ramsey, che offre una prestazione impreziosita da qualche lampo di classe sopraffina e di applicazione difensiva, ma anche di inattesi passaggi a vuoto in momenti importanti del match).
Posto che le partite sono una delle poche occasioni a disposizione di coach Gonzalez per sperimentare soluzioni nuove e per far crescere la squadra nella diligente applicazione di quanto provato in pre season, rimangono inspiegabili ai più -ma è certamente un nostro limite- alcune rotazioni, ed in particolare il tempismo con il quale vengono eseguite, talvolta apparentemente avulso dal momentum dell’incontro. Come i giocatori, è probabile che anche gli spettatori debbano ancora entrare in sintonia con la pallacanestro del coach basco, di gran lunga meno spontanea rispetto a quella proposta nelle ultime due stagioni, invece molto organizzata soprattutto in attacco. C’è ovviamente da considerare il doppio impegno con partite dispendiose ad un ritmo incessante, che si traduce nella priorità assoluta di preservare le energie fisiche e mentali di tutti, e quindi le rotazioni in certi frangenti vorticose che tolgono dal campo anche giocatori in striscia in modo apparentemente inspiegabile, sono finalizzate proprio a questo. Infine, per l’ambiente è ora di entrare una buona volta in sincronia con il livello della competizione, specie a livello continentale, e la quantità di talento diffuso di cui la squadra è abbondantemente dotata. Il talento porta sempre con sè anche carattere, leadership, consapevolezza nei propri mezzi, autostima ipertrofica: quando viene sostituito, ogni giocatore portatore sano di tali caratteristiche non è mai contento, può avere gesti di stizza o di disappunto perché se dipendesse da lui quaranta minuti in campo sarebbero anche pochi. Il compito dell’allenatore, specie di quello con esperienza in Eurolega dove giocatori di questo tipo se ne contano a decine, è quello di non farsi travolgere da questa palpabile ondata di ego e gestirla anzi con il contagocce senza curarsene più di tanto. Del resto, un secondo dopo aver mandato a quel paese (quasi sempre solo mentalmente) il coach, la questione finisce lì. E poi la stagione è talmente lunga e dispendiosa che è certo che il momento di appagamento arriverà per ognuno di loro.
Intanto, nella seconda giornata del girone Würzburg la spunta di misura sull’Igokea, lasciandola in fondo alla classifica assieme a Trieste. E’ dunque più che probabile che il doppio confronto con i bosniaci, in programma nelle prossime due settimane, possa essere già decisivo per la qualificazione alla fase successiva di BCL.

