(Photo credit Pallacanestro Trieste)
Pallacanestro Trieste-APU Udine 92-85
Articolo tratto da Tsportinthecity.it
Sono sufficienti un paio di stoccate nel finale piazzate dagli uomini dotati di maggior classe, abbinate ad una difesa forsennata e finalmente degna di essere chiamata tale che impedisce sistematicamente all’APU di concludere come maggiormente preferisce, da oltre l’arco, per mettere in un angolo Udine quando più conta e trattenere a casa due punti che per la gran parte di questo derby parevano fortemente in bilico, se non saldamente nelle mani degli uomini di Vertemati. E’ ironico constatare come nella partita in cui Trieste torna a giocare di squadra sui due lati del campo riuscendo a ricucire uno svantaggio in doppia cifra, reggendo l’urto delle fiammate di Udine, reggendo anche nei momenti di maggiore sofferenza, a vincerla alla fine siano i suoi assi, che si mettono in proprio prendendosi responsabilità enormi. Del resto Juan Toscano Anderson, Jami’us Ramsey, Mady Sissoko, Markel Brown e Jarrod Uthoff sono stati presi (o confermati) anche per questo. Sotto tali colpi Udine si disunisce, smarrisce la confidenza che ne aveva caratterizzato il resto della partita, si affida a conclusioni fuori ritmo negli ultimi secondi di azione, smette di catturare rimbalzi in attacco e, in ultima analisi, non ha la lucidità per pareggiare la furia agonistica con la quale Trieste chiude i conti, mettendo a referto solo 12 punti negli ultimi 10 minuti, 32 in tutto il secondo tempo. Merito anche del coaching staff, che si rende conto in tempo di quanto Hickey andasse a nozze negli accoppiamenti con Ruzzier e Ross: affidato alle “amorevoli” cure di Markel Brown nel secondo tempo, la luce per il piccolo ex Cantù (grande protagonista della promozione friulana) si spegne completamente, e con essa quella della squadra. Corsi e ricorsi storici: la tripla decisiva, quella scagliata da Markel Brown ad un minuto e mezzo dal termine che per la prima volta dona a Trieste due possessi di vantaggio che si riveleranno irrecuperabili, parte da una mattonella che a questa partita evidentemente porta bene ai i colori triestini…
Quello fra Trieste ed Udine è un derby che, alla fine dei conti, fa quello che deve fare il derby: incerto ed intensissimo, emozionante e ricco di ribaltamenti di punteggio, con l’inerzia che passa di mano almeno quattro volte in quaranta minuti. Di certo agli oltre 6000 accorsi per assistere -e far parte- di uno spettacolo che ha pochissimi eguali in Italia non è concesso un momento di tregua: una partita che è un rollecoaster di emozioni che vanno dalla frustrazione alla speranza, dall’esaltazione alla delusione, dal nervosismo all’ansia, dalla rassegnazione all’esaltazione. Confronto sugli spalti limitato a sporadici quanto inevitabili veterosfottò, ma quello fra triestini e friulani è un scontro a distanza sostanzialmente corretto, ognuno a pensare soprattutto a spingere i propri giocatori piuttosto che insultare gli avversari. Coreografia iniziale decisamente da brividi, con seimila bandierine biancorosse a fare da cornice alle effigi degli sponsor che hanno legato la loro immagine al club nel corso degli ultimi cinquant’anni sul tappeto sonoro steso dai Giardini di Marzo di Lucio Battisti, canzone che parla di amore, di ricordi e del tempo che passa: una storia d’amore, quella fra la Pallacanestro Trieste ed il suo pubblico, che attraversa i decenni e -fra alti e bassi- non accenna a dare segni di crisi.
La prima palla a due, però, non sembra costituire un elemento di rottura rispetto al recente passato della squadra. Pochi minuti di equilibrio, poi una difesa ancora inaspettatamente distratta permette agli ospiti, trascinati da un ispirato Hickey, di piazzare il tristemente consueto break. Un 10-0 che coincide con l’uscita di Ruzzier e l’entrata di un Colbey Ross arruffone in attacco e costantemente sotto scacco in difesa. “E’ un caso” chiosa Gonzalez in sala stampa “che il 10-0 di Udine sia arrivato con l’ingresso in campo di Colbey non vuol dire che sia colpa sua, piuttosto è la squadra che ha difeso male sul pick and roll per più azioni consecutive”. Che sia o no un caso il -10 di plus/minus fatto registrare dal play americano nei secondi cinque minuti del primo quarto, la sostanza è la medesima: è la solita Pallacanestro Trieste dell’avvio di ogni partita in questa stagione, distratta sul lato debole, incapace di accorrere in aiuto per contrastare le penetrazioni di ogni giocatore avversario capace di battere in uno contro uno il suo difensore, incapace di imporsi a rimbalzo anche in difesa. Trenta punti subiti in dieci minuti da una squadra che ha sicuramente tanti punti potenziali nelle mani e che tira tantissimo, ma che a livello di talento individuale e fisicità si pone almeno un paio di livelli più in basso rispetto a Trieste, sono decisamente troppi e costituiscono una costante che si ripete con monotona ineluttabilità. Proprio quando il copione sembra il solito, aggravato oltretutto da un Ramsey per la prima volta fuori dal match, autore di due inusuali quanto clamorosi air ball da oltre l’arco, è il protagonista più atteso della stagione (ed uno fra i più attesi in Serie A) a ricordarsi di possedere un arsenale di classe, potenza fisica, autorevolezza, credibilità e talento capaci di far svoltare qualunque partita al di qua dell’oceano. Juan Toscano Anderson è preciso da fuori, schiaccia, cattura rimbalzi, è l’uomo dell’ultimo passaggio, penetra con continuità caricando Udine di falli, spazza via dal campo Brewton oscurandone la vallata da oltre l’arco difendendo costantemente a gambe piegate e mani addosso quando serve. Ma, al di là delle percentuali e delle statistiche, a cambiare il match è piuttosto quello che non si legge sul suo tabellino: l’ex Warrior trascina e rincuora i compagni, infiamma il pubblico, esalta e si esalta anche dalla panchina, cattura l’inerzia della partita e la rimette in mani triestine. Finirà con una doppia doppia da 18+10 conditi da 4 assist e 24 di valutazione. Nessuna novità, invece sotto canestro: Mady Sissoko, per usare le parole di Mike Arcieri, è un rookie che si comporta da killer, tanto sorridente e amichevole fuori dal campo tanto feroce e determinato quando combatte nel pitturato, per non contare quando riesce a viaggiare sopra il ferro. 7 su 8 al tiro per un giocatore che rischia concretamente di rivelarsi la miglior presa triestina nel mercato estivo. Quando il pacchetto di lunghi avversari abbassa decisamente il tasso di talento (Spencer e Mekowulu daranno anche discreta fisicità sotto canestro, ma a livello di qualità tecnica e di capacità di rivelarsi terminali credibili nel pick and roll sembrano oggettivamente sotto media nella categoria) il lungo maliano può sedersi tranquillo in panchina a rifiatare: Candussi e Uthoff riescono abbastanza agevolmente a reggere il colpo nel reparto, oltretutto entrambi sono potenzialmente letali anche da oltre l’arco ed hanno dunque l’effetto di attrarre i lunghi di Udine lontano dall’area liberandola per le penetrazioni di Ramsey. Il risultato è evidente: per la prima volta in sette partite Trieste prevale a rimbalzo (e lo fa anche piuttosto nettamente: 44-35, con ancora troppi rimbalzi concessi in attacco agli avversari, ben 13, decisamente troppi).
Lampi di classe risolutivi nel finale ma finalmente coralità nella prestazione: sono cinque gli uomini in doppia cifra con rotazioni molto più asciutte rispetto alle prime partite della stagione. Del resto, l’assenza di impegni infrasettimanali per la prima volta nel mese di ottobre permette a Gonzalez di poter utilizzare in modo intensivo coloro che ritiene più affidabili, dando a Lodo Deangeli solo cinque minuti di sostanza ed impiegando Candussi e Ruzzier 10 e 13 minuti (tutti e tre, però, portatori sani di sacro fuoco da derby). Per gli altri, impegno che sfiora o supera di poco i trenta minuti, con gerarchie che per la prima volta sembrano nettamente delineate: il fatturato generato da tale scelta è piuttosto evidente, anche se l’esclusione Davide Moretti (a dire il vero non nel miglior momento di forma di questo primo scorcio di stagione) e la perdurante assenza di Jeff Brooks -nessun comunicato in merito, come di conseuto, alla terza partita seduto- non potranno essere sostenute a lungo quando l’impegno europeo riaccenderà i motori.
Ancora tanti, ed evidenti, gli angoli da smussare. Se la difesa, almeno in questa partita, batte un colpo soprattutto quando più conta, manca però totalmente di continuità nell’arco dei quaranta minuti: sono ancora troppe le amnesie ed i “buchi” negli aiuti quando si subisce un pick and roll o quando i piccoli avversari si gettano verso il ferro. Troppe, ancora una volta anche le palle perse (13, meno del solito ma frutto di una ingenuità che non appartiene al background cestistico di questi giocatori), così come le seconde e terze chances concesse in attacco agli avversari. La squadra dà il suo meglio in attacco, come del resto ampiamente previsto, quando riesce ad andare a concludere entro i primi dieci – quindici secondi di azione, a maggior ragione se riesce a stendersi in contropiede, come finalmente accaduto con continuità contro Udine. Pericolosità che declina in modo evidente ad ogni secondo che passa verso il ventiquattresimo: quando deve ragionare, la squadra si fa prendere da frenesia e pecca pesantemente di organizzazione. Aspetto sul quale, però, si può lavorare in allenamento, specie ora che c’è alle porte un tesoro di cinque interi giorni da sfruttare al PalaTrieste. Continua a pagare, invece, la scelta di martellare la difesa avversaria con continue penetrazioni dei migliori tiratori di liberi, che porta in dote una quantità abnorme di falli commessi dall’avversaria, bonus raggiunti velocemente ed una valanga di tiri liberi a disposizione: contro Udine sono ben 32 i viaggi in lunetta (contro 17), sfruttati nel 75% dei casi: in ultima analisi, un quarto dei punti realizzati arriva dalla linea della carità, costante che, nel bene e nel male, non può che rivelarsi decisiva.
Potremmo analizzare scout e scansionare percentuali ancora a lungo, ma è evidente che l’importanza di questa partita, al di là della qualità della prestazione, risiedeva quasi interamente nel risultato. In un momento di depressione ed incertezza, con voci incontrollate su sedicenti spaccature nello spogliatoio, le ultime due partite giocate con una intensità insufficiente ed a tratti inaccettabile, i primi dubbi a gravare sulle spalle del coach e le prime Cassandre a sputare veleno su tutto e tutti, vincere la partita più attesa dell’anno, dimostrando, al contrario, coesione e grandissima determinazione, motivazione e sostegno anche da chi sta in panchina (particolare scontato ma raramente osservato in questa stagione) potrebbe costituire un punto di svolta almeno dal punto di vista psicologico e porta in dote una dilazione del credito concesso dai tifosi nonostante tutto. Una sorta di click mentale su consapevolezza dei propri mezzi e morale che potrebbe davvero costituire un game changer sulla strada del perfezionamento di un progetto che andrà avanti, possiamo starne certi, cose com’è. A patto di dare, per la prima volta, continuità ai risultati: il terzo derby consecutivo, sabato prossimo al Palaverde sul campo di una squadra ancora alla ricerca di sé stessa sembra l’occasione giusta per riuscirci. Ma, una volta riconquistato un briciolo di serenità, sarà necessario aggiungere anche costanza di rendimento nei quaranta minuti, forse l’elemento maggiormente assente nella ripida salita in cui si è trasformata questa prima parte di stagione.
