(Photo Credit: Pallacanestro Trieste)
Germani Brescia 90 – Pallacanestro Trieste 75
Germani Brescia: Bilan 16, Ferrero n.e., Santinon n.e., Della Valle 11, Ndour 2, Burnell 16, Toure n.e., Ivanovic 24, Mobio 0, Rivers 10, Cournooh 11, Nunn 0.
Coach: M. Cotelli.
Pallacanestro Trieste: Toscano-Anderson 11, Ross 9, Deangeli 0, Ruzzier 2, Sissoko 12, Candussi 9, Iannuzzi n.e., Brown 23, Brooks n.e. Moretti n.e., Bannan 7, Ramsey 2.
Coach: F. Taccetti. Assistenti: F. Nanni, N. Schlitzer.
Arbitri: M. Rossi, V. Grigioni, A. Perciavalle.
Parziali: 27-16, 20-23, 20-12, 23-24.
Progressivi: 27-16, 47-39, 67-51, 90-75.
Tabellino completo dal sito LBA
Fine della corsa: Gara 5 non ha storia, perché Brescia la interpreta da grande squadra aggredendola dalla prima palla a due, approfittando di svagatezze difensive triestine che ci eravamo illusi di aver chiuso per sempre nel cassetto dei peggiori ricordi di questa travagliata stagione. La squadra di Taccetti, dal canto suo, non trova da subito la necessaria produzione offensiva, se non da un Markel Brown che non ne vuole sapere di arrendersi, come del resto c’è da attendersi da un giocatore dal suo carattere. Ma Trieste stavolta, proprio nella gara più importante della stagione, quella che avrebbe potuto aprire la porta ad un risultato che manca da ben 32 anni, viene tradita contemporaneamente dai giocatori che in momenti diversi durante la serie, magari con rendimenti ondivaghi, erano riusciti prima o poi, mai tutti insieme, a dare qualcosa rivelandosi decisivi in Gara 1 e Gara 4. Colbey Ross incoccia su una difesa che ha imparato benissimo la lezione durante le prime quattro partite: al playmaker titolare vengono impedite le penetrazioni e l’attacco al ferro, gli viene impedito di ricevere il pallone libero sul perimetro, gli viene impedito di dettare i ritmi vorticosi che sarebbero probabilmente stati l’unica ancora di salvezza per Trieste. I due lunghi stranieri sembrano particolarmente impacciati, intasano l’area impedendo ad un indolente Ramsey di penetrare, vengono portati a scuola, almeno nel primo tempo, da un Miro Bilan deciso a non ripetere la prova opaca di sabato sera a Trieste. JTA prova ad alzare i colpi in difesa ma non incide in alcun modo in attacco, nemmeno quando viene battezzato da Brescia oltre l’arco dei tre punti, finendo così come aveva iniziato la sua opaca stagione triestina. Se Candussi, almeno, genera con un paio di canestri consecutivi uno dei rarissimi sussulti nel primo tempo, la pattuglia italiana non incide in alcun modo sulla partita sui due lati del campo.
Però, al di là delle deludenti prestazioni dei singoli, sorprende la regressione difensiva dell’intera squadra, qualunque quintetto venisse schierato. Se Ivanovic trova una serata di grazia, le amnesie sui close out (specie per impedire che l’extra pass mettesse sistematicamente il miglior tiratore nell’angolo piedi a terra e senza contrasto alcuno), i ritardi sugli aiuti quando Bilan veniva messo in isolamento spalle a canestro sul pettine, la lotta a rimbalzo sotto il proprio ferro tornata ad essere inaspettatamente poco reattiva, fanno sì che l’inerzia rimanga saldamente nelle mani bresciane dal primo all’ultimo minuto. Alla squadra di Cotelli, poi, è sufficiente piazzare il break a metà terzo quarto (cioè proprio quando ci si sarebbe potuto aspettare il massimo sforzo triestino) per potersi successivamente limitare ad amministrare un vantaggio che una volta messo in sicurezza non accennerà più ad essere inisidiato. Anche perché subentra nei giocatori triestini una stanchezza più mentale che fisica, una frustrazione dettata dalla consapevolezza che stavolta non sarebbe stato lasciato nessuno spazio alle sorprese ed avrebbe vinto la squadra più forte, quella che nell’arco delle cinque partite ha saputo trovare protagonisti sempre diversi pur asciugando le rotazioni a sette giocatori, quella più cinica e, in ultima analisi, quella che ha avuto l’opportunità di giocarsi la partita decisiva davanti al propri pubblico.
I temi dell’intera serie, naturalmente, al di là della cronaca delle singole partite che fa storia a sé, sono principalmente due. Primo, la latitanza quasi ostentata di un Jahmi’us Ramsey che, una volta messo in bacheca l’effimero trofeo di miglior marcatore della stagione regolare, si è letteralmente ritirato a vita privata. Il texano, dopo essersi dimostrato per trenta partite il miglior talento offensivo mai giunto a Trieste in epoca moderna -peraltro risultando spesso un elemento avulso dal resto della squadra- nelle ultime quattro si limita a difendicchiare quando deve (facendo peraltro la bella statuina in Gara 5) sparando senza convinzione e con percentuali risibili da fuori od infrangendosi sistematicamente sulla difesa avversaria senza nemmeno alzare la testa quando si concede una rara penetrazione, commettendo per questo una quantità abnorme di falli in attacco e perdendo un numero inaccettabile di palloni. Ovunque nel mondo i playoff richiedono un upgrade, non il prepensionamento. E’ vero che probabilmente il doppio lungo schierato per tanti minuti sul parquet intasa talmente il pitturato da creare poco spazio per le scorribande verso il ferro, ma in particolare in questo caso il problema più grave non è certo tecnico, bensì di applicazione. La sua avventura in biancorosso si chiude con gli ultimi venti minuti “punitivi” seduto a guardare i compagni: venti minuti che sanno di bocciatura. Se il buon Jahmi’us ritiene che con questo atteggiamento la sua prossima avventura professionale, magari in NBA, possa avere un lieto fine magari a lungo termine, o che dopo queste ultime cinque partite le recensioni del suo ultimo datore di lavoro possano essere entusiastiche, è destinato ad andare incontro ad una cocente delusione.
Secondo tema, il rientro di Sissoko in corso d’opera con l’esclusione di Jarrod Uthoff. Con il senno di poi possiamo dire che sia stata la scelta migliore? Posto che il corpaccione del maliano dona al roster quella fisicità indispensabile per cercare di contenere Bilan sotto canestro magari con l’aiuto dei raddoppi del secondo lungo rendendo pressoché indispensabile il suo impiego, è semmai sulla scelta dell’uomo da escludere che si può discutere. Naturalmente, non vivendo lo spogliatoio, non avendo l’occasione di assistere agli allenamenti, non potendo misurare il mood quotidiano dei giocatori, è un giudizio difficilissimo da dare. E’ incontrovertibile, in ogni caso, che nell’arco di tutta la stagione Uthoff abbia costituito una fra le maggiori delusioni in rapporto alle attese, sia per rendimento che per atteggiamento remissivo, quasi arrendevole, spesso frustrato ai limiti della depressione. Pensare che una discreta prestazione in Gara 1 (peraltro non bissata in Gara 2) possa essere sufficiente per giustificare l’esclusione di altri giocatori che, bene o male, almeno in difesa, si erano rivelati più affidabili di lui, pare un po’ avventuroso. E’ comunque probabile che, se si fosse limitata all’aspetto umano, la scelta sarebbe inevitabilmente caduta sull’irritante Ramsey a parità di ruoli, ma oggettivamente, considerata anche la presenza di Bannan nel ruolo di ala grande, spot dunque già coperto, sottrarre Ramsey a questo roster avrebbe significato azzopparlo a priori.

Per due delusioni, una nota positiva: il rendimento di Josh Bannan -assieme a Colbey Ross l’MVP biancorosso di questa serie- rende probabilmente quello dell’australiano il miglior affare dell’anno. Al di là di un’ultima partita sottotono rispetto allo standard, Bannan ha portato fisicità, cattiveria, il necessario boost di intelligenza cestistica (e anche intelligenza tout court, Dio solo sa quanto talvolta fosse necessaria), mentalità e positività nel modo di vivere la partita. Ruvido al punto giusto, tecnicamente migliorabile ma gran rimbalzista e preciso ai liberi, è uno di quei giocatori che, se il futuro della squadra fosse almeno abbozzato, sarebbe opportuno cercare di blindare per la stagione successiva. Ma questo lusso, ad oggi, non è concesso alla Pallacanestro Trieste.
Posto che, l’abbiamo capito tutti visto che a cantarlo è stato anche Paul Matiasic, tutto questo non può finire, è ora giunto il momento che “tutto questo” venga definito in modo chiaro e preciso. Trieste il suo lo ha fatto, con la migrazione di oltre 300 tifosi a Brescia un lunedì sera lavorativo, l’intervento delle istituzioni, i movimenti e la disponibilità a livello di partnerariato imprenditoriale, la fermezza sempre garbata (pure troppo) degli stakeholders -curva compresa- nelle interazioni con un presidente che non ha mai fatto mistero di volersene andare a gambe levate verso la capitale salvo adulare ed irretire le masse con slogan tanto sorprendenti tanto vuoti di contenuti. Finiti i playoff per Trieste, ora, come del resto promesso, la palla torna nelle sue curatissime mani. Il tempo stringe, una nuova stagione deve essere programmata e costruita. Una nuova società creata, nuovi contratti sottoscritti, una nuova concessione richiesta, lo scouting deve partire e portare frutti. I piani di Matiasic, quelli di cui si sa solo ciò che trapela da sussurri, voci appena accennate, indiscrezioni e deduzioni, quelli che lui afferma si stiano sviluppando da mesi (ma che invece paiono improvvisati di settimana in settimana a mano a mano che le varie opzioni falliscono, mutano, o semplicemente si rivelano non percorribili) devono essere spiegati ufficialmente smettendo, una buona volta, di menare il can per l’aia, anche perché la sensazione di essere presi per i fondelli potrebbe intaccare la disponibilità dimostrata da tutte le parti in causa. Trieste c’è, ed è pronta a continuare alla faccia degli avvoltoi che già volano roteando sopra il colle di San Giusto.
