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Il gran carattere ed un Ross tornato MVP non bastano: la spunta Varese

Articolo tratto da tsportinthecity.it
Trieste insegue per 40 minuti ma manca il sorpasso all’ultima curva
Pallacanestro Trieste — tsportinthecity.it

Trieste insegue per 40 minuti ma manca il sorpasso all’ultima curva

Varese 85 – 84 Trieste Masnago Ottobre 2026

(Photo Credit: pagina Facebook ufficiale Pallacanestro Trieste)

Il tabellino

Openjobmetis Varese 85 – Pallacanestro Trieste 84

Openjobmetis Varese: Alviti 10, Duke 15, Villa n.e., Della Valle 11, Nikolic 6, Hale 16, Librizzi 4, Renfro 7, Kamagate 4, Roby 7, Ladurner n.e., Ikangi 5. Coach: G. Kastritis.

Pallacanestro Trieste: Ross 25, Canka n.e., Deangeli 8, Galloway 15, Ruzzier 4, Martucci n.e., Candussi 8, Paiano 0, Brajkovic 4, Jones 19, McDermott 1. Coach: F. Taccetti.

Arbitri: D. Borgioni, M. Bartoli, A. Dionisi.

Parziali: 19-15, 21-23, 21-20, 24-26.
Progressivi: 19-15, 40-38, 61-58, 85-84.

La partita

Una sconfitta logica, un’occasione sprecata

Masnago è ancora una volta off limits per i colori triestini. Stavolta, oggettivamente, Trieste ci va davvero vicinissima, al termine di una partita che l’ha vista inseguire dall’inizio alla fine, che pareva persa ed archiviata un paio di volte ma che la banda di Taccetti ha avuto il merito di riacciuffare per la coda fino all’amaro epilogo deciso, come nelle due uscite precedenti, dagli episodi nei momenti decisivi dell’incontro.

È un risultato che suscita qualche rammarico e molte recriminazioni, ed è, purtroppo, un’ulteriore occasione sprecata che difficilmente potrà ripetersi nel corso della stagione, contro l’ennesima squadra sulla carta superiore per talento e caratura ma, per un motivo o per l’altro, performante ampiamente al di sotto del proprio potenziale. Alla terza partita ancora fermi al palo, i margini di errore in un campionato che, peraltro, rimane ancora lunghissimo, iniziano impercettibilmente ma inesorabilmente ad assottigliarsi, elevando a dismisura l’importanza della posta in palio nelle prossime due partite.

Perché, onestamente, al netto di episodi sui quali è perfettamente inutile rimuginare, tanto la sostanza non muta di una virgola, è nelle mancanze e nei passaggi a vuoto biancorossi che va individuata gran parte delle ragioni della sconfitta. Un paio di scelte scellerate in attacco nel momento peggiore, una percentuale al tiro da fuori che è inutile commentare (6 su 32 per un 19% che era inferiore al 10% fino a metà quarto quarto), la quantità di rimbalzi concessi, specialmente in attacco, figlia anche dei soli 7 minuti in campo conditi dai 4 falli di Brajkovic, fuori casa significano quasi sempre sconfitta. Ed infatti una sconfitta, molto logica, è arrivata, ma nuovamente, nonostante tutto, nonostante un tabellino che giustificherebbe un divario ben maggiore e racconterebbe di una partita segnata, costantemente in mano ad una squadra sola, è una sconfitta che non avrebbe sorpreso nessuno se alla fine si fosse tramutata in una vittoria.

Il carattere

Una squadra che non abbassa mai la testa

Perché Trieste riesce con le unghie e con i denti, con il sudore e la testardaggine, con il coraggio ed il carattere, con un Colbey Ross tornato su rendimenti da MVP, con un Lajae Jones che minuto dopo minuto spegne i sorrisetti altezzosi dei saccenti benpensanti che ne avevano commentato con ironia l’ingaggio, con un Langston Galloway ed un Sean McDermott che potranno anche avere un conto aperto con il ferro litigandoci cocciutamente, ma sputano l’anima in difesa su ogni singolo possesso, riesce a rimanere attaccata alla partita come una zecca sulla pelliccia di un bradipo.

Piace molto il carattere che coach Taccetti è riuscito a trasmettere ai suoi uomini. La squadra appare coesa, già affiatata nonostante le poche ore di conoscenza reciproca, già in movimento verso un obiettivo comune. Questi ragazzi sembrano in missione, una missione che impedisce loro di arrendersi al primo scossone degli avversari, di avvilirsi dopo una fiammata violenta che li caccia indietro nel punteggio, di abbattersi dopo due o tre azioni consecutive in cui pasticciano clamorosamente in attacco. In tre partite disputate non vi è stata una situazione nella quale la squadra abbia abbassato la testa ed abbia allungato le braccia sui fianchi attendendo passivamente solo la doccia purificatrice del dopo partita, come troppo spesso avvenuto in passato, specie in trasferta. Varese, ad esempio, piazza due accelerazioni sviluppando il massimo sforzo spinta dal suo pubblico. Dapprima recupera cinque punti di svantaggio e si porta avanti di sette. Poi, nell’ultimo quarto, raggiunge addirittura i 12 punti di vantaggio grazie ad un ispirato Hunter Hale quando mancano meno di cinque minuti alla sirena, ma pensare di aver raggiunto l’obiettivo contro questa versione della squadra triestina è il peggiore degli errori da commettere. Ed è un errore che gli uomini di Kastritis, invece, commettono con sufficienza e superficialità: sottovalutano le qualità di Trieste e le sue capacità di reazione, gettano al vento occasioni su occasioni, commettono atrocità tecniche, subiscono in entrambi i casi il ritorno veemente degli avversari e la seconda volta rischiano anche di rimetterci la partita, perché Trieste non ne vuole sapere di fungere da vittima sacrificale, e questo deve costituire un messaggio chiaro e forte al campionato.

Le rotazioni

Sette uomini contro nove: il gap della lunghezza del roster

Ma, inutile girarci attorno, per la squadra di Taccetti, specie di fronte ad avversari del calibro di quelli affrontati in queste prime tre settimane, il gap di lunghezza del roster è incolmabile. A Varese Kastritis ruota otto uomini per più di venti minuti ciascuno, portandone nove in doppia cifra di minuti di impiego. Taccetti ne deve spremere tre sopra i 30 minuti (Jones 34 ed il trentacinquenne Galloway addirittura 36) e si affida sostanzialmente a 7 giocatori. Se poi ha anche la sfortuna di non poter utilizzare uno scatenato Ross negli ultimi 2 minuti -solo crampi per lui- e vede uscire un malconcio McDermott proprio prima del concitato finale -solo un duro colpo per il super tatuato ex capitano di Varese, anche per lui nulla di grave- è chiaro che il gap di esperienza ed affidabilità, di lucidità e freschezza atletica quando più conta decida, in ultima analisi, la partita.

I singoli

Ross, Jones, Galloway e il gruppo degli italiani

Fra i singoli, arriva una confortante conferma da un Colbey Ross mai così vicino al rendimento che proprio sul parquet che lo vide protagonista nella sua prima magica stagione italiana lo portò ad essere nominato MVP del campionato. Ben oltre il cospicuo bottino di punti messo in carniere, il play americano subisce ben 11 falli, andando in lunetta 11 volte senza errori. Gli 8 assist, le 3 palle recuperate (contro le sole 2 perse) fruttano un 38 di valutazione in 31 minuti limitato esclusivamente dal fastidio muscolare finale. Ross mette in ritmo i compagni nei primi 15 secondi di azione, diventa l’unico terminale credibile, a cui tutti si affidano, quando i secondi a disposizione diventano sempre meno e la squadra esce dalla sua comfort zone. La sorte che per la seconda partita consecutiva lo ha tenuto relegato a bordo campo quando più sarebbe servita la sua sfrontata personalità costituisce senza dubbio una fra le principali ragioni della sconfitta.

Ma conforta anche la personalità di un rookie ventiduenne che dimostra, partita dopo partita, di non temere pressioni o difficoltà. Lajae Jones conosce perfettamente la posta in gioco per la sua carriera in questa stagione: un anno da protagonista in Europa, un rendimento all’altezza anche dal punto di vista statistico, una crescita tecnica in più ruoli lo porterà inesorabilmente a sottoscrivere un contratto garantito con la franchigia NBA azzurro-oro che lo ha scelto, e quindi per lui ogni possesso, ogni giocata difensiva è una questione personale, una questione davvero di vita o di morte. Il ragazzo, però, non si lascia certo schiacciare dall’ansia da prestazione in un mondo tutto nuovo: anzi, decide di prendersi la squadra sulle spalle nel momento più disperato, sportella con giocatori che pesano trenta chili più di lui, salta in testa ad avversari a cui rende venti centimetri, attacca il ferro, piazza due bombe dal peso specifico incalcolabile negli ultimi due minuti, stoppa inesorabilmente qualunque tiro molle od imprudente, cattura rimbalzi di prepotenza in attacco, ha anche la giusta scaltrezza intimidatoria. Gli manca ancora un po’ di visione di gioco, tende troppo spesso a prendersi responsabilità che potrebbe delegare a compagni meglio piazzati, ma è qualcosa che migliorerà con il passare delle settimane. Intanto, si riporta a Trieste la sua prima doppia doppia.

C’è ancora da attendere, invece, per assistere al matrimonio di Langston Galloway con questo campionato. Il giocatore è troppo esperto ed il suo curriculum troppo immacolato per tradursi in numeri che alla fine sono raddrizzati da giocate di enorme importanza, frutto di classe cristallina, nel finale di partita, ma che non rispecchiano nemmeno lontanamente il suo potenziale e quanto ci si possa e debba attendere da un giocatore della sua importanza. È probabile che le pochissime settimane di preparazione pre season per un atleta “stagionato” come lui pesino sul rendimento nelle prime tre giornate. A mano a mano che la forma atletica si avvicinerà a quella ideale, è pressoché certo che anche le sue percentuali, specie da tre punti, torneranno in linea con le medie di sempre.

Alti e bassi dal gruppo di italiani: Candussi è chiamato per la terza volta agli straordinari, ma Renfro e Kamagate sono davvero clienti di difficile interpretazione. 8 punti, cinque rimbalzi e 3 su 3 da due sono comunque numeri confortanti, ma l’apporto praticamente nullo di Brajkovic gli addossa responsabilità per le quali non è pensato.

Grandi cose ed errori clamorosi arrivano da Ruzzier e Deangeli, ma conforta vedere entrambi molto intraprendenti anche in attacco: avere alternative a Ross come terminale è indispensabile, le percentuali al tiro miglioreranno e gli episodi potranno tornare a ribaltare la lancetta del destino. L’importante è non perdere la fiducia.

L’ultima azione

Il fallo di Deangeli: da qui si deve ripartire con ancora più rabbia e determinazione

Lasciamo per ultimo l’episodio che, alla fine, ha deciso il match di Masnago. A Milano le decisioni (o meglio, le “non” decisioni) del trio in grigio erano andate in un’unica direzione. Gli arbitri erano rimasti, invece, sostanzialmente ininfluenti contro Venezia (ed anzi la poca fiscalità nel sanzionare ogni giro d’aria ha reso la partita piacevole da vedere anche per gli spettatori “neutrali”). Il metro arbitrale scelto a Varese è stato invece di gran lunga più pignolo, ne è conseguito uno spettacolo spezzettato ed a tratti noioso, ma il metro se non altro è risultato equanime, prova ne sia il computo dei tiri liberi, sostanzialmente in equilibrio (29 per Trieste, 28 per Varese). Fino all’ultima azione, ad un secondo dal termine, il fermo immagine più importante di tutti, quello che decide l’esito finale. Lì l’esperienza, la scaltrezza, la consapevolezza, hanno avuto la meglio sull’obiettività e la fiscalità. Lasciamo ad ognuno il tempo di andare a vedere e rivedere il fallo fischiato contro Deangeli sul tiro da tre di Della Valle, ognuno può valutare dove porre il confine fra contatto e simulazione, fra cilindri invasi e flopping, fra obiettività ed interpretazione. Anche se tale confine fa tutta la differenza del mondo sull’attribuzione dei due punti in classifica, rimuginare e recriminare su una decisione ormai presa e passata in giudicato è del tutto inutile, come inutile è abbandonarsi a depressione o senso di ingiustizia. Da questo episodio, anzi, bisogna ripartire con più rabbia e voglia di reagire, in vista di due partite in cui serviranno entrambe in grande abbondanza, ed in cui il risultato assume a questo punto un’importanza vitale.

Il tabellino completo dell’incontro dal sito LBA

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