Articolo tratto da Tsportinthecity.it
(Photo credit: sito ufficiale Pallacanestro Trieste)
EA7 Milano – Pallacanestro Trieste 94-86
Pallacanestro Trieste: Toscano Anderson 11, Uthoff 16, Ruzzier 8, Sissoko 6, Candussi 1, Brown 6, Brooks 11, Ramsey 27. All.Taccetti
EA7 Milano: Ellis 7, Bolmaro 8, Brooks 12, Leday 13, Guduric 12, Diop 6, Shields 28, Nebo 8. All.Poeta
Arbitri: Giovannetti, Percivalle, Capotorto
Parziali: 29-19, 17-30, 22-15, 26-22
Progressivi: 29-19, 46-49, 68-64, 94-86
E’ necessaria la miglior Milano possibile, che beneficia del rientro dei lungodegenti Nebo, Bomaro, Diop, e Tonut per prevalere su una squadra priva di Colbey Ross ma che si rifiuta di arrendersi, ed anzi reagisce ad ogni fiammata avversaria riuscendo a rientrare con caparbietà e forza di volontà, andando al tappeto solo nella parte finale della partita sotto i colpi di Shields, Leday, Nebo, Ellis e Bolmaro. Poeta è costretto anzi ad asciugare tantissimo le rotazioni, tenendo a lungo in campo i suoi uomini migliori, avendo ragione solo alla distanza ma dimostrando estremo rispetto per una Trieste di cui evidentemente si fida poco.
Del resto era chiaro già alla vigilia, a maggior ragione dopo la rinuncia al playmaker titolare, che anche la miglior Trieste non avrebbe avuto alcuna possibilità di avere la meglio sulla miglior Milano. Pur disputando una partita perfetta, sarebbe intatti stato necessario un granello di sabbia, qualche momento di down psicologico, una serataccia al tiro, qualche amnesia difensiva di troppo, un po’ di stanchezza fisica e mentale, di cui la miglior Trieste averebbe dovuto essere brava ad approfittare. Ed invece l’Olimpia sa bene che in partite da dentro o fuori l’approccio deve essere ben diverso da quello di un qualsiasi impegno in campionato: intensità e ferocia agonistica debbono anzi pareggiare quelle messe in campo in Eurolega, solo così sarebbe riuscita a limitare al massimo errori e cali di concentrazione. Ed infatti l’Olimpia parte in modo durissimo in difesa, approfittando sistematicamente della clamorosa differenza di fisicità di cui dispone in ogni ruolo. Ciò nonostante, ogni volta che pensa di essere riuscita ad impadronirsi definitivamente dell’inerzia dell’incontro e si illude di poter arrivare alla fine semplicemente controllando i ritmi mettendo in un angolo gli avversari, Trieste rialza la testa -specie in un pirotecnico secondo quarto- e dimostra di poter giocare sostanzialmente alla pari con la titolata contendente: non certo pareggiando i suoi punti di forza, ma esaltando al massimo, piuttosto, le proprie qualità. Il primo tempo, da questo punto di vista, è da antologia, e si traduce in una partita bellissima da vedere, veloce, con continua alternanza nel punteggio, con una squadra a dominare nel pitturato e sotto il ferro e l’altra a colpire con grandissima continuità e varietà di protagonisti da oltre la linea dei tre punti. Trieste a metà gara riesce addirittura a mantenere il naso davanti di un possesso, ma è evidente che, continuando ad essere quella di sempre in difesa con difficoltà nel contenere il pick and roll, l’impossibilità per chiunque di arginare nell’uno contro uno Ellis e Bolmaro, le distrazioni difensive di Ramsey, la confusione di Sissoko, la lentezza di Candussi contro la debordante fisicità di Nebo e Diop, e soprattutto la concessione di una quantità di rimbalzi offensivi pari al propri o bottino in difesa (i 19 rimbalzi catturati sotto il ferro triestino -Trieste lì ne cattura solo 18- fruttano seconde, terze, anche quarte chance che alla lunga sono in grado di abbattere qualunque squadra), Trieste non avrebbe avuto alcuna possibilità di portare a casa il passaggio del turno. Ed infatti accade con ineluttabile puntualità che, quando nell’ultima frazione la lucidità e di conseguenza la precisione da oltre l’arco registrano una fisiologica quanto prevedibile flessione, con Ruzzier e Sissoko ad autostopparsi nei rarissimi tentativi di penetrazione o conclusioni da vicino solo per la presenza intimidatoria di Nebo e Diop sotto il ferro, la luce -e con essa la speranza- si spengano in modo definitivo. Se poi ci si mettono anche gli arbitri con un bel po’ di fiscalità nell’andare a sanzionare con un fallo tecnico un etereo tentativo di protesta di Markel Brown che, sommato al pignolissimo antisportivo affibiatogli in modo almeno discutibile (anche se meno rispetto alla prima sanzione) costa l a sua espulsione e 5 punti che scrivono l’epitaffio sulla partita, appare evidente come la banda di Taccetti non avrebbe potuto in alcun modo raggiungere Brescia in semifinale. Beninteso, Milano ci arriva grazie ai suoi grandissimi meriti ed a qualche demerito difensivo triestino, ma non vedere ugualmente sanzionato l’inutile trash talking di Bolmaro che va deridere Jahmi’us Ramsey (27 punti e 25 di valutazione) dopo essere riuscito, per una volta, a stopparlo a partita ormai finita, dà l’esatta misura di una latente sudditanza ben difficile da estirpare dalla testa di ogni arbitro.
Fra i singoli, eccelle come sempre la prestazione offensiva di un giocatore destinato probabilmente a varcare nuovamente l’oceano in direzione opposta, per restarci. Ramsey duella con Shields in quanto a punti segnati, colpendo però con una varietà di soluzioni ancora maggiore. E dire che gli avversari lo attendevano… Ottime anche le partite di Uthoff (sempre pronto quando viene pescato libero da oltre l’arco, un po’ meno efficace sotto canestro sui due lati del campo) e di Brooks, tornati a dover fare pentole e coperchi nel pitturato quando Sissoko si siede per rifiatare. Tantissimi minuti in campo per Michele Ruzzier, ottimo nella conduzione (quando JTA gli concede il lusso di fare il playmaker), un po’ meno nella pericolosità offensiva, nonostante un numero di iniziative in attacco ben superiore alle ultime uscite in campionato ed in BCL. Sissoko inizia in modo autoritario, poi viene messo in un angolo ed infine intimidito dalla debordante fisicità di Nebo e Diop: il maliano deve ancora migliorare in quanto a cattiveria sfruttando maggiormente il suo fisico. Non era certo questa la partita più adatta per lui. Markel Brown incide poco in termini numerici ed è limitato (ed innervosito) dall’arbitraggio, mentre la prestazione di JTA, statisticamente insufficiente, va filtrata attraverso il sacrificio che gli è stato richiesto: almeno 20 dei 24 minuti che trascorre in campo lo vedono prestarsi da playmaker, ruolo che può fare per capacità di ball handling, ma che non è certo quello a lui più consono. Molto meglio quando potrà tornare a fare la guardia o l’ala piccola. D’altro canto la lega gli attribuisce un solo assist (lontanissimo dai suoi standard, solitamente di gran lunga più elevati) ed anche due palle perse, per un -12 di plus/minus: di certo non la sua miglior partita, al netto del ruolo “in prestito”. Troppo poco utilizzati per poter in qualche modo incidere Candussi e Deangeli, che portano il loro contributo senza risultare determinanti.
Difficile intravvedere novità tecniche che dimostrino un cambio di rotta rispetto alla gestione Gonzalez. Del resto attendersi rivoluzioni dalla mano di Taccetti dopo soli tre giorni da quando è diventato capo allenatore (compresi uno di viaggio ed uno di riposo), oltretutto con l’aggravante dell’assenza di Ross, sarebbe stato totalmente illusorio. Sempre, naturalmente, che l’impronta del nuovo coach voglia in effetti andare in una direzione diversa rispetto alla prima parte di stagione. Questa sarà sempre una squadra che dà il meglio di sé quando può correre, quando riesce ad andare a concludere entro i primi 15 secondi di azione, quando mantiene almeno buone percentuali da tre punti, quando condivide la palla. Continuerà, d’altro canto, a catturare pochi rimbalzi ed a difendere male sul rollante avversario. Ha però enormi margini di miglioramento nell’organizzazione difensiva specialmente a transizione conclusa, e soprattutto deve tornare a pensare positivo, mantenere altissimo il focus per 40 minuti, non abbandonarsi ad alti e bassi psicologici che fino ad oggi l’hanno portata ad eccedere in euforia quando riesce ad esprimere la propria pallacanestro, seguita da frustrazione ed arrendevolezza quando le cose, specie in attacco, non vanno come vorrebbe, spesso anche nell’arco dei 40 minuti o addirittura all’interno dei singoli quarti.
In una settimana se ne va, dunque, anche il secondo obiettivo stagionale, quello forse su cui erano state indirizzate le maggiori speranze. Attribuiamolo magari all’eredità di Gonzalez, sebbene la ragione induca naturalmente a credere che il coach fosse solo una frazione dei problemi di questo roster e dei “risultati sotto le attese” (cit.), e rivolgiamo il pensiero all’ultimo terzo di campionato, non prima di aver beneficiato di un paio di settimane di riposo e riflessione in palestra: 10 partite, con una sequenza finale di difficoltà clamorosa (Brescia, @Milano, @Bologna, Cremona), preludio alla post season che a questo punto rimane l’unico bersaglio su cui la squadra dovrà concentrare tutta la propria determinazione. Magari regalando al nuovo coach quella indispensabile stampella sotto canestro, necessità che in questa patinata serata torinese non può essere sfuggita agli attentissimi occhi del presidente.
