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Trieste è confusa e poco cinica: Bologna ringrazia

Articolo tratto da Tsportinthecity.it

n una partita in cui insegue per 40 minuti, durante la quale perde il suo playmaker titolare oltre a dover fare a meno del centro maliano, in cui rinuncia volontariamente anche all’apporto di Davide Moretti, Trieste ha il demerito di non riuscire a piazzare mai il colpo decisivo pur avendo a disposizione almeno una decina di occasioni per invertire punteggio ed inerzia soprattutto nel secondo tempo, sprecandole però tutte per approssimazione, troppa fretta, poca lucidità che si traducono in palle perse sanguinosissime o conclusioni a bassissima percentuale di realizzazione e che, in ultima analisi, non possono che condannarla come logica prevedeva. Poco conta, perciò, aver tenuto acceso fino alla fine un lumicino di speranza (al quale credevano davvero in pochi fra i 6000 accorsi anche di lunedì notte, anche dopo la figuraccia a Varese): una Virtus ferita, reduce dal faticoso impegno di Eurolega contro l’Olympiakos, priva del suo terminale offensivo più letale, dopo aver portato a braccia in spogliatoio già nel primo tempo il centro che avrebbe dovuto garantirle un vantaggio strategico incolmabile sotto canestro, non fa altro che sfruttare la classe dei suoi innumerevoli assi, in particolare di uno che ha nelle mani non certo da questa sera le stoccate decisive da oltre l’arco, ma che stavolta ci aggiunge la beffa dell’and one a un minuto dalla fine, rimanendo poi a godersi ed approfittare della confusione mentale nella quale precipita una Trieste tramortita dalla giocata da quattro punti di Alston. Una Trieste che a quel punto riesce anche nell’intento poco memorabile di uscire da un time out nel quale disegna una rimessa che avrebbe dovuto liberare un tiratore per riaprire il match, rimasta però per più di cinque secondi nelle mani di Michele Ruzzier restituendola di conseguenza nella disponibilità degli ospiti assieme ai due punti in classifica. Anche se distante solo pochi chilometri, Bologna infatti non è Reggio Emilia, ed un vantaggio di 6 punti contro questa Trieste ad una manciata di secondi dalla fine è un patrimonio che anche la Virtus meno performante degli ultimi mesi può pensare di dilapidare.

Toscano Anderson a terra (photo Fabio Angioletti)
Un manuale di non difesa

Occasione sprecata, l’ennesima, per una squadra biancorossa (oggi all black) ormai sfiduciata, che non riesce letteralmente mai a dare continuità al suo rendimento nei 40 minuti, che sfrutta le fiammate individuali nelle quali si alternano Brown e Toscano Anderson -capaci da sole di ricucire svantaggi che in un attimo superano la doppia cifra- rimanendo poi immediatamente quanto inesorabilmente vittima di amnesie sui due lati del campo che rimettono saldamente l’iniziativa nelle mani degli avversari ai quali è sufficiente dare una breve accelerata in termini di intensità per tornare ad accumulare vantaggi superiori ai due-tre possessi. Che rimane, soprattutto, vittima di un atteggiamento difensivo, specie in avvio di ogni quarto, inspiegabilmente distratto, disorganizzato, pigro, rinunciatario ben oltre i limiti dell’irritazione. Un atteggiamento che fa avvicinare la Virtus al 70% al tiro da due punti durante il primo tempo: la quantità di conclusioni al ferro di uomini totalmente liberi, pescati da esecuzioni scolastiche eseguite niente più che diligentemente dagli uomini di Ivanovic in azioni di pick and roll o di taglio dal lato debole sembrano la fotocopia esatta di quanto avvenuto alla prima partita di campionato contro Trapani e che già allora avevano fatto suonare preoccupanti campanelli d’allarme. Tre mesi -e tredici partite- dopo, la cantilena “dobbiamo migliorare, dobbiamo imparare a giocare di squadra” usata dal coach per commentare una prestazione difensiva che non mostra segni di miglioramento nel suo complesso al netto di qualche fugace reazione d’orgoglio pungolata da un pubblico spazientito ma quasi sempre supportivo (reazione che probabilmente sarebbe stata del tutto assenti se si fosse giocato a Bologna, come del resto successo a Venezia, Cremona o Varese) è forse più preoccupante della prestazione stessa, perché tradisce l’incapacità di trovare soluzioni, o perlomeno di trasferirle in modo efficace ad una squadra che ora si trova ostaggio di sé stessa.
La generosità dimostrata per gran parte della partita come sempre accaduto al Palatrieste, gli sprazzi di volontà più che di qualità, gli sporadici ed isolatissimi lampi di classe non sono sufficienti a portare a casa due punti che a questo punto sarebbero stati decisivi in chiave F8. Del resto, di gran lunga preferibile la vittoria “sporca” e probabilmente immeritata arrivata contro la suicida Reggio Emilia che questa sconfitta al termine di. una partita giocata per larghi tratti alla pari con i campioni d’Italia. 

Markel Brown insegue Morgan (photo Fabio Angioletti)
Il fantasma di Uthoff

Contro la Virtus continua il momento negativo di Jahmi’us Ramsey, che dopo un inizio di stagione sfolgorante è ormai atteso da ogni difesa avversaria come unico terminale offensivo biancorosso continuo e credibile: piani partita studiati per contenerlo si traducono in raddoppi sistematici, aiuti puntuali, difese che collassano per evitarne l’attacco al ferro ben consapevoli della sua scarsissima propensione al penetra e scarica, suo vero tallone d’Achille, si traducono in una marea di palle perse, di cocciute penetrazioni a testa bassa brutalizzate dalla fisicità degli avversari sotto canestro e dalla mancanza di alternative nei compagni spesso immobili negli angoli in attesa di un passaggio che non arriverà mai. Un calo che si potrebbe definire anche fisiologico nell’arco di una stagione, accettabile per un rookie di questa età a patto che abbia l’intelligenza e la forza mentale per non lasciarsi travolgere da un pericoloso loop negativo e reagire per riallinearsi ai suoi livelli consueti. Un loop nel quale pare invece precipitato ormai da troppo tempo un Jarrod Uthoff che sarebbe imprescidibile nelle rotazioni di Gonzalez specie in assenza di Sissoko, ma che si ostina a esibirsi in prestazioni abuliche, sfiduciate, prive di intensità, prive di reazioni anche d’orgoglio. Vedere un giocatore di questo livello, riconfermato a furor di popolo dopo l’eccellente prima stagione a Trieste, ciondolare inconcludente sui due lati del campo, allontanarsi dall’avversario anziché cercare di contrastarne la conclusione, talvolta vedersi sottrarre rimbalzi dall’avversario che arriva da dietro, sbagliare non di poco conclusioni da pochi centimetri, finire con 0 (zero!) di valutazione complessiva in ben 20 minuti di impiego, fa sorgere il legittimo dubbio che tale atteggiamento sia una sua scelta volontaria. Un dubbio al quale non vogliamo certo arrenderci, sebbene il rendimento fortemente insufficiente dell’ala di Iowa rimanga uno dei misteri irrisolti più costosi in termini di rendimento della squadra in questa prima metà di stagione.
Se ci aggiungiamo anche l’involuzione tecnica di Michele Ruzzier, che nelle prossime fondamentali partite sarà nuovamente chiamato agli straordinari ma che è tornato pesantemente improduttivo in attacco (ed una squadra che segna 66 punti in casa non se lo può certo permettere), e le difficoltà fisiche di un Francesco Candussi che come sempre preferisce posizionarsi il più lontano possibile dal canestro ma che in teoria sarebbe l’unica alternativa di ruolo al lungodegente Sissoko, non resta che la magra consolazione di godersi l’atteggiamento arrembante di un Lodovico Deangeli che se solo avesse un talento offensivo pari alla voglia ed alla motivazione che getta in campo in ogni secondo nel quale viene utilizzato, sarebbe da quintetto ideale in ogni squadra di LBA. Ma, per l’appunto, questa squadra privata quasi del tutto della produzione di Ramsey, di Uthoff, di Sissoko, di Ross e di Ruzzier ha il bisogno primario di trovare soluzioni alternative, punti nelle mani dei giocatori che escono dalla panchina, ed il buon Lodo non è certo l’uomo che può riempire questo vuoto.

L’allenatore nel pallone. E la società?

Del totale scollamento fra la squadra ed il coaching staff, Israel Gonzalez in testa, è ormai inutile parlare. E’ probabile che anche la “fronda” (volontaria o meno, poco cambia) dei giocatori meno disposti a digerirne metodi e filosofia si sia ormai arresa davanti all’evidenza di una società che non pare nemmeno in minima parte orientata a guardarsi intorno, perlomeno in modo possibilista, per un eventuale cambio in corsa. Di conseguenza, perlomeno ora la squadra pare aver terminato di giocare soprattutto contro sé stessa. Questo non toglie che la comunicazione fra panchina e campo sia vittima di un corto circuito ormai divenuto cronico, che rischia di rendere irreversibile la pericolosa deriva in cui si è trasformata questa difficilissima stagione. Del resto la presenza di Paul Matiasic in questa ultima partita casalinga del 2025 è di per sé una garanzia: il presidente, toccata con mano la situazione, “fiutata” personalmente l’atmosfera in spogliatoio e durante gli allenamenti, si trova davanti a scelte che, in maniera altrettanto legittima, potrebbe prendere come non prendere, alla luce della quantità di denaro che ha già tirato fuori dalle sue tasche in perfetta solitudine. Scelte che l’ennesimo infortunio patito da Colbey Ross da quando è sceso sotto San Giusto complica ulteriormente, come se ce ne fosse bisogno: la coperta è ora corta anche fra gli esterni, e quindi una possibile rinuncia, ad esempio, a Davide Moretti (il mancato impiego contro Bologna, e più in generale la scarsissima fiducia riposta in lui dal coach potrebbero essere dei segnali a tal proposito) per provare a puntare con decisione su un lungo italiano potrebbero ora essere totalmente rivoluzionate o messe definitivamente in stand by in attesa del rientro di Sissoko. Una cosa è certa: non fare nulla, alla luce del risveglio in termini di rendimento e di risultati di quasi tutte le squadre che seguono in classifica (che invece al mercato di riparazione hanno già attinto a piene mani) si tradurrebbe in breve tempo nel venire inesorabilmente risucchiati nel gruppone delle squadre che non possono prescindere dal guardarsi alle spalle. Una sensazione che Trieste si era illusa di aver definitivamente chiuso nel cassetto dei peggiori ricordi, ma che potrebbe tornare pericolosamente di attualità nel breve volgere di meno di un mese.

Colbey Ross esce dolorante dal campo (photo Fabio Angioletti)
Davvero ci meritiamo di più?

Ultima nota, forse impopolare ma necessaria: 6019 persone di lunedì sera per assistere ad una sconfitta annunciata sono di per sé stesso un unicum nel panorama cestistico nazionale, su questo nessuno può affermare ci possano essere dubbi. I fischi a scena aperta ad un proprio giocatore in difficoltà -la cui importanza è peraltro misurabile soprattutto quando non c’è- non possono, però, essere giustificati da “pago, ho il diritto di fischiare” o dal voler dare un pungolo alla squadra spronandola a reagire. No: i fischi, il legittimo dissenso, vanno eventualmente espressi al termine di uno spettacolo, se la qualità non è ritenuta pari alle attese, specie se ciò accade ripetutamente. Invece, farlo durante la partita ed a risultato ancora in bilico è prima di tutto autolesionista, rischia di creare un ulteriore fronte di nervosismo, di frattura fra squadra ed ambiente (come se ci fosse bisogno di aggiungere uteriori fronti di crisi) e, in ultima analisi, rende ben poco centrato il coro “meritiamo di più” intonato dal pubblico a fine gara. Non è di per sé stesso sufficiente essere numerosi, per avanzare legittimamente pretese di meritarsi di più, è necessaria anche maggiore maturità. Per amare, nello sport come nella vita, bisogna essere -almeno- in due.

Colbey Ross attacca Niang – (Photo Fabio Angioletti)

Il tabellino completo dal sito LBA
I risultati e la classifica aggiornati

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